Vivere sul Vesuvio, il racconto di un'archeologa

Maria Pace Ottieri racconta e indaga tra storia e attualità

(ANSA) - ROMA, 5 OTT - MARIA PACE OTTIERI, ''IL VESUVIO UNIVERSALE'' (EINAUDI, pp. 280 - 19,50 euro) - Il Vesuvio è considerato dagli esperti il vulcano più pericoloso d'Europa, non perché non ve ne siano tanti altri attivi e che ogni tanto esplodono, come quelli islandesi, che nel 2010 oscurarono i cieli del nord Europa fermando la circolazione aerea del continente, ma perché è oggetto di una ininterrotta ''conurbazione'', come la definiscono gli urbanisti. Non si tratta infatti di città, e non è periferia, ma un territorio di decine di paesi con una delle più alte densità abitative del mondo. Appare allora un fatto chiaramente apotropaico, o più semplicemente scaramantico, che su quelle pendici ci siano decine di fabbriche di quei fuochi artificiali non a caso tanto amati dai napoletani, che, oltre al Vesuvio a est, hanno a ovest altri due vulcani attivi, la caldera dei Campi Flegrei e Ischia.

    Nonostante la storia ci ricordi varie e devastanti eruzioni, da quella del 79 d.C. che seppellì Pompei e Ercolano all'ultima del 1944, l'abitare e lavorare in un luogo che potrebbe esplodere da un momento all'altro non ha mai spaventato la gente di quei luoghi che vi è tornata dopo ogni colata lavica e pioggia di ceneri, a cominciare dagli stessi antichi romani, che vi costruirono ville e vi ripresero coltivazioni.

    E' questa situazione e forse ancor più il fascino di questo monte, con la sua insopprimibile vitalità della gente e quello delle catastrofi che ha provocato nei secoli, ad aver spinto la giornalista e antropologa Maria Pace Ottieri a confrontarsi e indagare quella storia e quella realtà tanto sconcertanti.

    Ricostruendo situazioni e eruzioni, interrogando scienziati e e comuni abitanti, ma anche facendo scoperte curiose, come il fatto che dal paese montano di Somma Vesuviana, non da oggi, ma da inizio Novecento, transita e viene lavorato dai baccajuoli locali l'80% delle diecimila tonnellate di baccalà e stoccafisso che arrivano in Italia ogni anno dai paesi scandinavi, creando un ponte economico e culturale tra Somma e le isole Faroer e Loften.

    Un libro sorprendente quindi per alcuni versi e coinvolgente per esempio per le ricostruzioni accurate e ben descritte delle principali eruzioni, costruito girando sue giù attorno al Vesuvio, facendo avanti e indietro da Napoli, incontrando persone d'ogni genere, riferendo di attività diverse che vanno dal celebre mercato delle pezze di Resina a Ercolano, meta costante per la ricchezza e varietà dei suoi abiti usati di costumisti, registi e attori del teatro e del cinema, sino alle ricche e eleganti ville settecentesche su quello che veniva chiamato per la bellezza il miglio d'oro, oggi confuse nel marasma di costruzioni abusive e rovinate dal tempo come dalle eruzioni.

    Col vulcano si convive insomma, anche quando si fa sentire (c'è un filmato dell'eruzione del 1944 in cui si vede la lingua di lava che scende in cima al corso di San Sebastiano, mentre più avanti la gente spala la cenere, carica la roba sui carretti e la statua del santo patrono viene fatta girare per le strade), praticamente dimentichi della sua esistenza o almeno della sua pericolosità.

"Il vulcano allena i suoi abitanti a vivere in una vacillante realtà sempre sull'orlo della dissolvenza, della metamorfosi, a riempire il vuoto al centro, il cratere della vita di ognuno, con l'immaginazione, trovando nell'invisibile il senso più vero dell'essere al mondo". Il problema è che da ormai decenni si discute di come aprire strade di fuga e organizzare evacuazioni, ma senza mai arrivare a vere soluzioni concrete, così che centinaia di migliaia di persone resterebbero imbottigliate tra stradine contorte, vecchi ponti stretti e il mare. E dove di questo si parla, si ricorda quel che è stato progettato e mai realizzato, il bel libro della Ottieri si fa più pressante e inquietante e diventa denuncia.
   

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