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'Fubbàll', Rapino e il calcio come era

'Fubbàll', Rapino e il calcio come era

vincitore Campiello 2020 undici storie dal portiere a allenatore

ROMA, 28 novembre 2023

Redazione ANSA

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(di Paolo Petroni) REMO RAPINO, ''FUBBAL'' (MINIMUM FAX, pp. 150 - 16,00 euro). Mentre indifferente a tutto procede questo campionato di calcio, con le società in deficit e i giocatori sempre più milionari, a dare un pessimo spettacolo dello sport, vale davvero la pena leggere di Rapino, autore che vinse il Premio Campiello nel 2020 con ''Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio'', questo libretto dedicato a quando i numeri sulle maglie andavano dall' 1, il portiere, all' 11 l'attaccante e per il fubbàl, come si diceva, a contare era soprattutto la passione, che di soldi ne giravano pochi, e in provincia ancora meno.
    I dodici personaggi, a ogununo dei quali è dedicato un capitolo, da Milo il portiere sino a Oliviero l'allenatore, sono un po' tutti parenti di Bonfiglio Liborio come del Mengo delle ''Cronache delle terre di Scarciafratta'', sono ovvero vite ai margini, confinate nei campetti di provincia e con storie e sogni originali, caratteri eccentrici, ma non per questo meno umane e vere, meno ricche di sentimenti e avventure che, tutte assieme, restituiscono un affresco del calcio e dell'Italia di quei tempi, di quando Rapino, classe 1951, era giovane.
    Ecco allora Milo, di famiglia socialista che, per far di più, decide di essere comunista, fino a una mattina in cui si sveglia arruffato e ''con una faccia così, da sottotetto di Parigi'' dicendosi che ''pure comunista era poca cosa, allora diventai anarchico e basta'' col fatto poi che ''il portiere è indifeso, solo nello spazio e nel tempo. Così mi sembrava che quel ruolo fosse la scelta più coerente con quella dell'anarchia''. Ma non basta, decide anche che avrebbe giocato ''solo con squadre dalle maglie rossonere, Rosso e nero come la bandiera dell'anarchia'', girando tutta la penisola e finendo anche a Nizza, dove dice che gli piaceva perdersi ''tra le sale del museo Matisse''.
    Non c'è, in questa squadra narrata da Rapino, solo Giuseppe, figlio di immigrati merdionali arrivato in una grande città del nord, mediano la cui vita è stata sempre una corsa a perdifiato, dal prendere l'autobus per la scuola, dove i figli di papà avevano sempre otto e nove e così ''affanculo maestri e professori'', all'essere generosi in campo ''perché tu sei quello che corre e recupera''. C'è pure il libero siciliano, figlio di un fornaio, detto Treccani perché legge Sartre, Camus e frequenta biblioteche e librerie, sorridendo tra sé per '''quanti credono che chi gioca a calcio abbia orizzonti limitati'', sino a quando da anziano si rammarica di essere ''finito così, a scrivere e leggere stupidate: trise solitario finale''. Tre parole per citare il titolo del capolavoro dell'argentino Osvaldo Soriano anche autore di celebri ''Storie di calcio'', una cui frase (''Il calcio ha le sue ragioni misteriose che la ragione non conosce'') è una del citazioni che aprono ogni capitolo, andando da Galeano a Hikmet, da Borges a Bob Marley, arrivando all'allenatore dell'Argentina Carlos Bilardo con la sua affermazione: ''Io i giocatori li metto bene in campo, il problema è che loro poi si muovono''.
    Tutto quindi alludendo a episodi o partite celebri, facendo riferimento a nomi di campioni, al mondo reale cui alla fine anche i suoi personaggi finiscono per appartenere, ritrovandosi magari, alla fine della guerra, a fare il partigiano in montagna nella Brigata Maiella e a rubare armi alla milizia fascista come Oliviero che, dopo la Liberazione, diverrà allenatore sino alla stagione 1952/53. Una galleria in cui troviamo chi si lamenta ''di non essere mai stato espulso'' e chi invece è un vero e proprio ''scuoiatore di caviglie'', tutti che si raccontano a fine carriera, dando vita a una lettura alla scoperta di tanti particolari e sorprese sorretta da una scrittura di bel ritmo, sentimentale senza retorica e con una nota più malinconica che nostalgica che ci coinvolge in quel mondo, di cui non sarà possibile dimenticarsi tornando in uno stadio o davanti a una partita di oggi in tv.
   

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