Rubini, il mio western contro il mostro Ilva

In sala Il grande spirito con Rocco Papaleo

(ANSA) - ROMA, 11 MAG - 'Il Grande Spirito', il nuovo film di e con Sergio Rubini, è allo stesso tempo una commedia-favola, un western metropolitano e, infine, una metafora con tanto di mostro fumante sullo sky line: l'Ilva di Taranto. Il film, che dopo l'anteprima al Bif&st è arrivato in sala il 9 maggio distribuito da 01 in 200 copie, è ambientato sui tetti di un quartiere della periferia di Taranto.

Qui si rifugia, dopo una rapina, uno dei tre della banda, Tonino (Sergio Rubini), cinquantenne che approfittando della distrazione degli altri due ruba tutto il malloppo e scappa. Per lui, delinquente di serie B a cui è stato attribuito l'appellativo di 'Barboncino', una sorta di riscatto. Tonino, inseguito dai suoi complici, fugge di tetto in tetto fino a raggiungere la terrazza più elevata di un caseggiato che si affaccia sul nulla. Lì scopre che non è solo, perché su quella terrazza ci vive uno strano individuo (Rocco Papaleo), del tutto matto, uno che si fa chiamare Cervo Nero e crede di appartenere alla tribù dei Sioux. Un uomo che comunque guarda all'Ilva come il nemico, quella che gli ha portato via il padre, e che rievoca una Taranto, pre-acciaieria, piena di prati e bisonti.

Assediato dai suoi inseguitori, Tonino si trova così costretto alla convivenza forzata con Cervo Nero, che vive in un microcosmo di gente ai margini, contando, prima o poi, di poter organizzare una fuga con la sua amata ex Milena (Bianca Guaccero). Ma i tempi si dilatano e tra Tonino e l'improvvisato pellerossa, con tanto di fascia in testa, nasce una certa amicizia.

"Volevo raccontare una sorta di western metropolitano - spiega Sergio Rubini - dove c'è un mostro (l'Ilva), una fabbrica gestita dagli yankee, e poi ci sono gli indiani, ovvero, tutti i tarantini, tranne quelli che collaborano con i bianchi. Ma questa è anche una storia cristologica, dove c'è un agnello sacrificale e, infine, anche una storia di amicizia tra due 'ultimi'".

Il personaggio di Tonino? "Quello di un topastro di fogna che non crede alle stelle, mentre quello di Cervo Nero di uno che vive di soli sogni", dice ancora Rubini, che invece sull'uso del dialetto stretto in questo film, con tanto di sottotitoli, spiega: "E' voluto, volevo dare al dialetto una dignità di lingua". I social? "Non li amo - sottolinea -, ma li seguo con curiosità e sgomento. Ora contano solo i like, ma manca la vera individualità". 

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