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L'ultima frontiera romana ed europea, l'antica Dacia in mostra

L'ultima frontiera romana ed europea, l'antica Dacia in mostra

A Roma mille reperti provenienti da 47 musei della Romania

ROMA, 20 novembre 2023, 19:27

Francesca Chiri

ANSACheck

- RIPRODUZIONE RISERVATA

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La Dacia come "ultima frontiera della Romanità" ma anche, e forse ancora di più, come simbolo di quella fusione di civiltà che è alla base del patrimonio culturale europeo. C'è un filo che collega il nucleo dell'Antico Continente e lo riavvolge fino agli albori dell'antichità dove un comune patrimonio etno-culturale è un ponte che collega, attorno alle coordinate geografiche dell'attuale Romania, Mediterraneo e Balcani, Oriente e Occidente. Questo racconta la mostra in programma dal 21 novembre al 21 aprile alle Terme di Diocleziano ("Dacia. L'ultima frontiera della Romanità"), la più grande e prestigiosa esposizione di reperti archeologici organizzata dalla Romania all'estero negli ultimi decenni, per ripercorrere lo sviluppo storico e culturale del proprio territorio nell'arco di oltre millecinquecento anni, dall'VIII sec. a.C. all'VIII sec. d.C. Sono circa 1000 oggetti provenienti da 47 musei rumeni, oltre che dal Museo Nazionale di Storia della Repubblica di Moldova, per la prima volta esposti accanto ad alcuni reperti del Museo Nazionale Romano: tra questi il Serpente Glykon da Tomis, una spettacolare raffigurazione in marmo del 'demone' he guarisce dalle epidemie e il magnifico elmo d'oro di Cotofeneşti, un reperto prezioso e singolare, un copricapo principesco che molto probabilmente era un'offerta alle divinità e che data a metà del V secolo a.C., molto prima della conquista romana che fece della Dacia una provincia all'inizio del secondo secolo d.C.. La mostra, il cui percorso si apre con calco di una scena scolpita sulla Colonna Traiana che ritrae tre arcieri Daci che tengono sotto tiro i Romani assediati, racconta però molto di più della trasformazione di una parte della Dacia in provincia romana e la sua integrazione: gli oggetti, per lo più molto preziosi, raccontano gli antenati geto-daci, la sopravvivenza della civiltà anche dopo l'abbandono del territorio da parte dell'esercito e dell'amministrazione di Roma. Anche se, nota uno dei due curatori della mostra, Ernest Oberlander, direttore del Museo Nazionale di Storia della Romania, "i romeni sono tuttora gli unici antichi abitanti dell'Impero Romano, ad eccezione dei reto-romanci svizzeri, che si chiamano ancora 'romani' e la cui lingua è la lingua romanica". Ma la mostra, continua, "si propone di mostrare, in un viaggio storico, i popoli che hanno abitato l'attuale territorio della Romania dall'ottavo secolo avanti Cristo fino alla fine del settimo secolo dopo Cristo con una pagina completa di storia e di radici di quelle popolazioni che vennero chiamate prima dai Greci e poi dai Romani, Geti e Daci. E parla della civilizzazione di quelle popolazioni che non erano parte dell'Impero Romano ma che con questo avevano contatti, sia pacifici che di contrapposizione. E dell'incontro, dopo la ritirata dell'autorità imperiale alla fine del terzo secolo, con altre popolazioni migranti come quelle dei Goti, Gepidi, Unni, Avari e Slavi". Ed è proprio l'intreccio e l'influsso di tutte queste civiltà che origina questa mostra, curata assieme al direttore del Museo Nazionale Romano, Stéphane Verger, che illumina "uno spazio percepito dai contemporanei del millennio delle migrazioni come ultima frontiera della Romanità".

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