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Vita, morte, guerre. L'occhio coinvolto di Don McCullin

Vita, morte, guerre. L'occhio coinvolto di Don McCullin

Al Palaexpo di Roma il racconto del maestro della fotografia

ROMA, 12 novembre 2023, 18:15

Redazione ANSA

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(di Luciano Fioramonti)

Don McCullin, testimone coinvolto dell'orrore delle guerre che hanno insanguinato il mondo dalla seconda metà del Novecento, confessa di aver manipolato la verità una sola volta. Accadde in Vietnam, quando vide due militari americani cercare souvernir tra i vestiti di ''uno stecchito muso giallo''. Il fotografo inglese confessa di aver provato schifo per quell' atto di sciacallaggio. ''Questo giovane innocente aveva sacrificato la sua vita per la riunificazione nazionale. Calpestarono le sue cose, le foto di sua madre, le piccole istantanee coi bambini in posa… Quell' uomo meritava di avere una voce. Non poteva più parlare, così lo avrei fatto io al posto suo''. II reporter radunò allora quegli oggetti per comporre l' immagine e scattò la sua unica foto artefatta di un conflitto per mostrare un' altra verità. L' ammissione di questo ''falso'', con altri racconti in prima persona, aumenta il carico emotivo della prima grande retrospettiva che il Palazzo delle Esposizioni a Roma dedica fino a 28 gennaio a uno dei maestri internazionali della fotografia di guerra. Il potente bianco e nero delle oltre 250 foto scelte da Simon Baker insieme con l' autore documenta il percorso di una vita a caccia di immagini, dalle guerre, appunto, alla via nelle periferie depresse dell' Inghilterra del nord negli anni Sessanta, fino alle immagini di quiete della campagna del Sommerset come antidoto al dolore dei conflitti e delle tensioni sociali. ''Dopo aver fotografato guerre e rivoluzioni per venti anni - spiega - i sorrisi contorti dei cadaveri in quel loro sonno eterno ancora mi ossessionano e fermentano nelle oscurità del mio io mentre passeggio nei campi.
    Anch'io sto combattendo dentro di me per lasciar andare il passato''.
    Don McCullin, 88 anni, è cresciuto a Finsbury Park, quartiere operaio di Londra che è stato anche scenario dei suoi primi scatti. Il primo successo nel 1958 è la foto di "The Guvnors", una banda di ragazzi del quartiere che conosceva bene. A entrare nel suo mirino sono periferie urbane, le ciminiere e la miseria della classe operaia di quegli anni in un mix tra il passato e i cambiamenti sociali e politici in arrivo. Fu però la Berlino del muro in costruzione a dargli la notorietà di fotografo da prima linea. ''Mi precipitai all' Observer ma a loro non interessava che andassi. 'Ok, ma ci vado comunque domani, risposi'. Il biglietto gli costò 42 sterline, la paga di un mese, ma per quelle foto vinse il suo primo Press Award. Dalla città simbolo della Guerra Fredda passò a raccontare le guerre vere, a Cipro e in Congo ma ancor di più in Vietnam, raccontata da entrambi i fronti. Poi i conflitti e la carestia in in Biafra e Bangladesh, l' India e le grandi feste sul Gange, la guerra civile in Libano, i disordini nell'Irlanda del Nord degli anni Settanta segnano capitoli fondamentali del suo percorso. Fino alle pagine più recenti che parlano di Impero Romano e delle rovine archeologiche del Mediterraneo meridionale. Accompagna la mostra il bel libro-catalogo di grande formato dal titolo eloquente ''Vita, morte e tutto quel che c' è in mezzo'', pubblicazione aggiornata della antologica che Baker curò nel 2019 alla Tate Britain. Le immagini alternano appunto l' orrore dei corpi senza vita dei soldati allo squarcio di speranza del primo bagno di un neonato in Bangladesh, lo sguardo sotto choc del marine in Vietnam e gli occhi rassegnati del senzatetto irlandese, le tribù etiopi e gli scontri a Londonderry, la fredda tranquillità della natura. Nel 1979 McCullin voleva smettere di fotografare guerre e conflitti, ma ha continuato a documentare la repressione dei curdi in Iraq agli inizi dei primi anni Novanta e la seconda guerra irachena nel 2003, e, più recentemente, anche quella in Siria. ''Non faccio ciò che faccio come fotografo ma come essere umano - ha spiegato -. La fotografia con questo non c' entra nulla. E' semplicemente una cosa che ho imparato, solo un modo di comunicare''. A chiarire il suo atteggiamento di fronte alla realtà tragica di ogni conflitto restano le parole usate per giustificare quell' unica foto costruita. ''Non c'' è bisogno di creare immagini di guerra. Le cose succedono molto in fretta, la gente ti muore davanti agli occhi, urla, si attacca a te in cerca di aiuto. Sul campo di battaglia non c' è bisogno di andare in giro a organizzare nature morte''.
   

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