Due donne, una galleria. Storia di una avventura

Stagione dell'Arco d'Alibert di Mara Coccia e Daniela Ferraria

di Luciano Fioramonti ROMA

ROMA - Centinaia di esposizioni; un viavai di grandi artisti che dagli anni Sessanta hanno animato la scena dell' arte romana per quasi mezzo secolo; laboratorio e sperimentazione di pittura, scultura, grafica e stampa; palcoscenico di provocazioni e tendenze: la storica galleria Arco D' Alibert, nel cuore di Roma, deve il suo successo alla tenacia di due donne che trasformarono la passione per l' arte e il mestiere in ragione di vita. A Mara Coccia e Daniela Ferraria la Galleria Nazionale di Arte Moderna dedica fino al prossimo 20 settembre due mostre - ''Le Opere e gli archivi'', curate da Francesca Gallo e Ilaria Bernardi che hanno selezionato il materiale dei Fondi donati al museo dalle due galleriste - che raccontano, seguendo percorsi distinti ma intrecciati, le loro storie diverse per sensibilità e formazione, una avventura umana e professionale nella quale entrarono alcuni tra i nomi di maggior rilievo della scena artistica romana e italiana della seconda metà del Novecento e oltre. Nel lunghissimo elenco, figurano le opere di Carla Accardi, Pietro Consagra, Lucio Fontana, Leoncillo, Francesco Lo Savio, Luigi Mainolfi, Eliseo Mattiacci, Elisa Montessori, Hidetoshi Nagasawa, Gastone Novelli, Nam June Paik, Pino Pascali, Anne e Patrick Poirier, Mimmo Rotella, Antonio Sanfilippo, Mario Schifano, Giuseppe Uncini, Giulio Turcato.
    Mara Coccia (1925-2014), protagonista della prima mostra, aprì lo Studio d' arte Arco d'Alibert, in via Alibert a due passi da piazza di Spagna, e continuò ad animarlo fino alla chiusura, nel 1970. Su quelle pareti comparvero le opere di Franco Angeli, Alexander Calder, Eugenio Carmi, Jannis Kounellis, Osvaldo Licini, Carlo Lorenzetti, Enzo Mari, Aldo Mondino, Carmengloria Morales, Gastone Novelli, Claudio Verna, nonché la celebre mostra Il Percorso con gli artisti dell'Arte Povera. Nel 1975 fu proprio Daniela Ferraria, che era stata sua assistente dal 1968, a convincerla a riprendere l' attività, che gestirono insieme per altri due anni. Fu quello il periodo segnato dalle sperimentazioni di Alvin Curran e Paul Kleer. Mara Coccia nel 1977 si trasferì a Spoleto e tornò a Roma nel 1982.
    Chiamò la sua galleria con il suo nome, segnale di una consapevolezza nelle proprie possibilità e dell' autonomia che le donne avevano saputo conquistarsi anche sulla scena dell' arte contemporanea. Aprì altre sedi espositive e chiuse definitivamente l' attività nel 2012 dopo aver collezionato complessivamente più di duecento esposizioni. Molti artisti le assicurarono la fiducia, da Piero Dorazio ad Achille Perilli. Fu grazie alla mediazione di Mara Coccia che la Galleria Nazionale acquisì la scultura Roma 2011, il monumentale anello di acciaio corten di Mauro Staccioli che da allora campeggia accanto allo scalone di ingresso del museo. La seconda mostra - basata sul materiale dell' archivio di Daniela Ferraria - racconta l' Arco d' Alibert dal 1977, quando la gallerista ne divenne unica proprietaria gestendola per venti anni fino al 2006 Se Mara Boccia era più orientata sulle opere, sulla scultura, sull' oggetto, Ferraria si concentrò maggiormente sulle istallazioni, con aperture alla fotografia e all' architettura.L' attività della galleria è descritta seguendo da un lato gli inviti, le lettere, i cataloghi, le fotografie, e dall' altro anche con gli ''oggetti d' affezione'', le opere che sono state oggetto di mostre e che provengono dalla collezione personale della gallerista. Viene inoltre 'ricostruita' una delle prime mostre organizzate da dedicata a Paolo Cotani, artista con cui collaborò maggiormente e che per molti anni fu suo compagno. Ricordando il periodo condiviso con Mara Coccia, Daniela Ferraria dice: ''Il mondo dell' arte viveva un periodo fantastico, c' erano molti artisti internazionali e questo creava un flusso continuo di confronto e di scambio. Era un momento straordinario e a Roma tutto avveniva intorno a piazza del Popolo. Eravamo giovani e pieni di cusiosità… E' bello ricordare e raccontare, ma non ci sono tutte le risposte. Non tutto è sempre spiegabile, le cose accadevano e io le vivevo''. (ANSA).
   

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