L'oncologo Stefano Ferrari, oggi per l'osteosarcoma c'è un'alta aspettativa di guarigione

Ma fondamentale è anche il giusto approccio alla malattia

Redazione ANSA

L'osteosarcoma oggi fa meno paura: ''In generale, i risultati che si possono raggiungere sono più che incoraggianti, con un'aspettativa di guarigione pari a circa il 70%''. A sottolineare i grandi passi avanti fatti nella terapia di questo tipo di tumore è Stefano Ferrari, responsabile della struttura di Chemioterapia dell'Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna. Si tratta, spiega l'esperto, di ''un tumore raro che in Italia registra ogni anno tra 100 e 120 nuovi casi. E' una patologia che colpisce prevalentemente i giovani, tra i 10 ed i 20 anni di età. A volte, la scoperta della malattia è casuale: è il caso di ragazzi che accusano dolori persistenti e, sottoponendosi ad esami, arrivano alla diagnosi di tumore. Molto spesso, però, un sintomo è la comparsa di tumefazione e dolore intorno al ginocchio.

L'osteosarcoma può infatti colpire qualsiasi parte dello scheletro ma, nel 70-80% dei casi, interessa proprio il ginocchio''. Un aspetto fondamentale per combattere questo tipo di tumore, prosegue Ferrari, ''è la multidisciplinarietà: la malattia deve cioè essere affrontata da vari specialisti che lavorano contemporaneamente in team, poichè la diagnosi non sempre è immediata o semplice. Importante è dunque una stretta collaborazione tra oncologi e chirurghi. Centrale è, poi, anche la riabilitazione''. L'osteosarcoma, però, si può vincere: ''In passato, in questi casi, si arrivava molte volte all'amputazione dell'arto. Oggi, questa soluzione estrema riguarda solo il 5% delle situazioni. Una percentuale - rileva l'oncologo - che pone l'Italia all'avanguardia nella cura di questa neoplasia, considerando che il tasso di amputazione è superiore in altri paesi come Germania o Gran Bretagna. Il percorso è quello di procedere prima con la chemioterapia, per ridurre la massa tumorale, per poi arrivare all'intervento chirurgico, con migliori chances di salvare l'arto''.

Per superare questa malattia, tuttavia, afferma Ferrari, ''il primo fondamentale passo è quello di accettarla''. E prendendo ad esempio la storia di Giacomo, che su questa dolorosa esperienza ha deciso di scrivere un libro, ''ciò che colpisce - osserva - è il modo di affrontare appunto la malattia. Ci sono infatti diversi modi di reagire: alcuni si chiudono in se stessi, altri focalizzano tutta la loro vita e attenzione soltanto sul tumore che li ha colpiti, ma ci sono altri ragazzi, come nel caso di Giacomo, che vivono invece la malattia in modo realistico, e cioè come un qualcosa che è successo, che li ha colpiti dolorosamente, ma che non può distogliere dall'obiettivo più importante che è di continuare a vivere ed avere interesse nella vita''. In questo senso, ''l'approccio con cui si affronta il tumore è fondamentale e può rivelarsi di grandissimo aiuto, se permette di non perdere il contatto con la vita. Il modo di pensare e vivere la malattia stessa, cioè, può aiutare molto anche durante le terapie''. Centrale, infine, ''è il ruolo della famiglia. Insomma, questa - conclude Ferrari - è una partita che non si può giocare da soli; in questi casi più che mai è l'unione che fa la forza''.

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