Addio Pierino Prati, gol e magie con Rivera

Trionfò nel Milan con tripletta a Cruijff, fu idolo anche a Roma

Addio Pierino la Peste. Dopo l'interista Mario Corso, se ne va un altro pezzo del calcio italiano di quei tempi, e di quello milanese: Pierino Prati. Accade proprio nel giorno in cui il suo Milan vince per 4-1 a Lecce. Già, 4-1, lo stesso risultato della finale di Coppa dei Campioni del 1969, quando i rossoneri travolsero quell'Ajax che due anni dopo avrebbe cominciato ad insegnare al mondo il calcio totale. Ma quella sera a Madrid la squadra olandese fu piegata da una tripletta del 23enne Prati, ispirato dal genio di Rivera che quell'anno avrebbe poi vinto il Pallone d'Oro. Altro che Cruijff, a regalare delizie quella notte furono la mente e il braccio del Milan e l' olandese dovette rimandare l'appuntamento con la Coppa. Fu la notte magica di quel ragazzo che al Milan era tornato appena due anni prima, reduce da un prestito al Savona, in serie B, dove era stato mandato a 'farsi le ossa' e aveva segnato 15 gol in 29 partite. Al calcio aveva cominciato a giocare, come tutti a quei tempi, sul campo dell'oratorio del suo paese, a Cinisello Balsamo, dove aveva iniziato come portiere, proprio lui che poi ne avrebbe battuti tanti, per trasformarsi in attaccante. Ma si era capito quasi subito che il suo era un talento speciale.

PIERINO PRATI LE RETI IN AZZURRO

 

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Tifoso del Milan e con Josè Altafini come modello, aveva realizzato il suo sogno di bambino quando uno zio riuscì a farlo visionare da Nils Liedholm, che all'epoca si occupava delle giovanili rossonere e ne intuì le potenzialità. Lo prese subito e poi fu un altro mito milanista, Nereo Rocco, a lanciarlo nel grande calcio sebbene il 'Paron' fosse un allenatore poco incline a puntare sui giovani. Ma Mora era reduce da un terribile infortunio, Golin non aveva risposto alle attese, e allora la maglia numero 11 fu di Prati, un destro naturale che avrebbe voluto il 9 e che una volta confessò che l'11 era stata la causa di quello che rimase uno dei suoi maggiori rimpianti calcistici: "avrei voluto far coppia con Gigi Riva, magari in nazionale, invece venni sempre considerato la sua alternativa". Curioso il suo primo incontro con Rocco, nell'estate del 1967: Prati si presentò nel ritiro del Milan vestito all'ultima moda: camicia rosa, pantaloni a zampa d'elefante e capelli lunghi, al punto che il Paron chiese: "ma quello è un calciatore o un cantante?". Ben presto Rocco risolse il dilemma:, perché Prati con 15 gol e formando una coppia dei sogni con Rivera trascinò il Milan allo scudetto. "Prati non sa giocare — fu il commento scherzoso del tecnico — ma sa fare i gol ed è quello che conta di più nel calcio". Dopo il tricolore, nel '68 delle contestazioni studentesche Prati vince anche gli Europei. l'immagine più bella è la sua rete in tuffo di testa a Napoli contro la Bulgaria, su assist naturalmente di Rivera, poi gioca la prima finale contro la Jugoslavia per poi cedere la maglia n.11 a Riva per la finale di ripetizione. Di Riva sarà poi la riserva, con tanto di casacca azzurra col 22 (il doppio dell'11) ai Mondiali di Messico '70, dove alternerà panchina e tribuna. Nel frattempo aveva giocato una drammatica finale Intercontinentale contro l'Estudiantes, quando su lui e Combin circolarono notizie di tutti i tipi, perfino che fossero rimasti feriti, di sicuro c'è che Prati tornò dall'Argentina sotto stretta sorveglianza medica. Prati però aveva cominciato a soffrire di problemi all'inguine che a un certo punto convinsero l'allora presidente milanista Albino Buticchi a cederlo, nonostante il parere contrario di Rivera. Finì alla Roma, e divenne 'Piero Gol', l'idolo della curva sud che lo invocava a ogni partita. Non vinse niente ma trascinò la Magica a un terzo posto che mancava da 20 anni, tenne a battesimo futuri idolo come Bruno Conti e Agostino Di Bartolomei, e rimase nel cuore di tanti sostenitori giallorossi, e nella capitale gli vennero dedicate canzone, libri e serate speciali. Prima di chiudere una parentesi alla Fiorentina e poi il ritorno nel Savona, e i complimenti di Cruijff, che non aveva mai dimenticato le magie di Rivera e di quel ragazzo di un anno più grande di lui, uno dei pochi ad averlo battuto con pieno merito. 

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