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Giancarla Frare, cercando tracce tra memoria e segno

Giancarla Frare, cercando tracce tra memoria e segno

Pittura e opera grafica in mostra a Villa Torlonia a Roma

ROMA, 03 marzo 2024, 19:04

di Luciano Fioramonti

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-     RIPRODUZIONE RISERVATA
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''Che cosa resta della memoria, di quello che abbiamo vissuto?'' Cerca di rispondere a questa domanda cruciale il percorso seguito a partire dagli anni Settanta da Giancarla Frare tra pittura e opera grafica. Una lunga ricerca delle tracce lasciate dalla storia e dall' esperienza umana in cui è entrata anche la fotografia, altra passione dell' artista di origine veneta, con gli ''innesti'' di scatti in bianco e nero di reperti archeologici nelle sue grandi opere astratte su carta, mix di forte suggestione che trasmette un senso malinconico di sospensione di fronte allo scorrere del tempo. A documentarla sono le cinquanta opere riunite fino al 5 maggio nel Casino dei Principi di Villa Torlonia, a Roma, nella mostra antologica ''Abitare la distanza'', a cura di Antonella Renzitti.
Pittrice, disegnatrice e grafica, fotografa, videomaker e poetessa, Giancarla Frare viene raccontata attraverso i suoi cicli pittorici concepiti come filoni attorno al tema della memoria, seguendo uno schema cronologico rovesciato, dai lavori più recenti - molti dei quali inediti - alla produzione giovanile. Una chiave interpretativa arriva anche dal video dell'artista che rimanda all' infanzia trascorsa nel Castello dell'Ettore ad Apice, vicino a Benevento, in cui il padre, capo della guardia forestale, occupava con la sua famiglia un alloggio di servizio. Gli interessi diversi hanno reso Giancarla Frare artista versatile, studiando nella effervescenza culturale degli anni Settanta all' Accademia di Belle Arti di Napoli pittura con Armando Di Stefano, scultura con Umberto Mastroianni e Augusto Perez, incisione con Bruno Starita, scenografia con Franco Mancini, fotografia con Mimmo Jodice, storia dell'arte con Nicola Spinosa e antropologia musicale con Roberto De Simone. ''La carta - annota la curatrice - è il supporto scelto per imprimere una pittura velocissima che conduce lo spettatore attraverso desolati territori di pietra in cui non c'è spazio per il corpo dell'uomo, comparso nel suo lavoro solo in rare occasioni. I cicli giovanili chiariscono in modo incontrovertibile come l'assenza dell'uomo sia solo uno dei tanti depistaggi introdotti dall'artista all'interno di una ricerca che prende in realtà spunto dall'interesse per la cultura dell'uomo''.
Non a caso il suo primo grande successo arriva, nella seconda metà degli anni '70, con Le Condizioni del volo, un ciclo di trentacinque grandi disegni a china - i tre presenti in mostra provengono dalle collezioni dell'Istituto Centrale per la Grafica che ha acquisito la serie quasi per intero - ispirati alla poesia di George Trakl, disperato cantore della dissoluzione della stagione della felix Austria. Negli anni '80, trasferitasi a Roma, Frare alimenta la sua ispirazione con il reperto archeologico. Le immagini di elementi scultorei catturate nel corso di lunghe battute fotografiche nel Nord Europa, in Italia e a Roma vengono innestate all'interno di minimali composizioni pittoriche, incrociando il dialogo tra le due forme espressive. ''La carta - osserva l' astista - mi serve per raccontare quello che ho dentro in forma pittorica ma è anche il luogo della mia scrittura che esprime il nocciolo più segreto in modo più profondo dei miei pensieri. È un altro modo di lasciare traccia''. L' uomo, appunto, non compare mai in questi paesaggi che raccontano una natura primordiale nella quale ''nuovi orizzonti si formano'', e che al tempo stesso è successiva alla fine dei tempi dove ''rovine e frammenti testimoniano una presenza non dichiarata''

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