Svidercoschi, Papa non ha avallato spinta rivoluzionaria

"Ma silenzio non può essere risposta a problemi emersi a Sinodo"

Fausto Gasparroni CITTA' DEL VATICANO

    "L'esortazione apostolica postsinodale sembra proprio la reazione di un Papa al tentativo - tentativo non solo di marca amazzonica - di imporgli una svolta rivoluzionaria, che lui, benché aperto al cambiamento, non si sente di avallare". Sono parole di Gian Franco Svidercoschi, decano dei vaticanisti, già inviato dell'ANSA al Concilio Vaticano II e successivamente vice direttore dell'Osservatore Romano, che nel suo nuovo pamphlet "Il silenzio di Papa Francesco", restituisce - proprio mentre ricorre il settimo anno dall'elezione di Bergoglio - "Una riflessione critica sulla 'Querida Amazonia'".

    Ed è davvero critica la posizione di questo attento e acuto analista delle vicende papali e vaticane, che parla del suo nuovo volumetto, in libreria per Rubbettino, come dello "sfogo di chi, prima, è stato colpito non troppo positivamente dal silenzio di papa Bergoglio su quegli argomenti spinosi" del Sinodo sull'Amazzonia, in primis la proposta, contenuta nel documento finale, di ordinare sacerdoti anche uomini sposati, per supplire alla mancanza di clero in quella immensa regione. "Ma poi è rimasto, e continua a rimanere, sconcertato, di fronte al silenzio (così pauroso, o così furbesco, e comunque così avvilente) di tanti uomini di Chiesa, e di tanti opinionisti delle contrapposte sponde, sul silenzio del Papa", aggiunge.

    Per Svidercoschi, "Francesco ha scelto la soluzione più semplice (forse avrebbe fatto meglio ad argomentare il suo 'no'), ma che potrebbe avere gravi ripercussioni sul futuro della comunità cattolica. Il silenzio - spiega - non può essere la risposta abituale di un Papa ai problemi che sono venuti fuori anche da questo Sinodo: come il rapporto da stabilire tra primato e collegialità episcopale, tra sinodalità e universalità, tra legittima diversità e unità, tra ordinamento canonico e nuovi carismi, nuove soggettualità". E a rifletterci, "sono problemi che riguardano principalmente i vertici della Chiesa, la gerarchia episcopale, insomma, i chierici".

    L'autore sottolinea più volte che il problema dei "viri probati", in sostanza, è stato "imposto al Papa". E "a soffiare sul fuoco, a rafforzare l'idea che si trattasse di un 'Sinodo dei preti sposati', sono stati anche i contrapposti gruppi ecclesiali (o, bisognerebbe dire, pseudo-ecclesiali)". Quelli progressisti, "con l'obiettivo di far di questo Sinodo la rampa di lancio per una serie di riforme radicali nella comunità cattolica". I gruppi tradizionalisti, invece, "per il terrore di un ingresso strisciante dell'eresia (sotto le vesti dell'idolatria) nella dottrina cattolica e nella vita spirituale e pastorale". Basti pensare all'"incredibile vicenda", la definisce, delle statuette delle "Pachamama" buttate nel Tevere.

    Svidercoschi manifesta reale stupore sul fatto che "nessuno in Vaticano avesse messo in conto che, qualora fosse stata accolta la richiesta delle comunità amazzoniche di avere sacerdoti sposati, altre comunità cattoliche nel mondo avrebbero potuto pretendere, per gli stessi motivi, una identica concessione". E invece, lamenta, "si è lasciato che la discussione andasse avanti". E quindi, chiede, "dopo aver permesso che, su quei temi così controversi, si discutesse, e si votasse, e ci si dividesse, com'è possibile poi che il Papa li ignori completamente nella sua esortazione apostolica? Com'è possibile che non dia nessuna risposta, nessuna spiegazione?".

    Per alcuni commentatori, ricorda, "con il suo silenzio, il Papa avrebbe salvaguardato l'unità della Chiesa, evitando una pericolosa rottura, se non uno scisma. E non potrebbe essere invece - incalza Svidercoschi - che, proprio a causa di questo silenzio, si sia accentuato lo stato di divisione?" Ed è qui che, si comprende "perché il Papa - mai successo prima - non abbia fatto ufficialmente proprio il documento finale del Sinodo. Non l'ha fatto perché, quel documento, non gli piaceva; non lo considerava in sintonia con i suoi progetti". La conclusione dell'autore, però, è quasi spietata: "Ancora una volta - e sono passati 55 anni dalla fine del Concilio Vaticano II - viene fuori la conferma che la collegialità episcopale non è mai davvero decollata. Viene fuori la pochezza di una gerarchia ecclesiastica, attenta a tutto quel che è potere, che assicura il potere".

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