Obiettivo sul virus, Lodi crocevia di luoghi-simbolo

Al Festival della Fotografia Etica il dramma e la reazione collettiva

di Luciano Fioramonti ROMA

LODI - Codogno, la prefettura di Lodi e l'ospedale della città: l'epicentro del dramma collettivo provocato dal Coronavirus raccontato con la potenza evocativa della fotografia. Non poteva che essere dedicato agli effetti terribili del Covid 19, con il suo carico di morti e di contraccolpi profondi sulla vita e sulle abitudini delle persone, il cuore dell'undicesima edizione del Festival della Fotografia Etica di Lodi che parte il 26 settembre. Il capoluogo lombardo nelle immagini che testimoniano anche la reazione delle istituzioni e del sistema sanitario diventa così il crocevia di luoghi-simbolo, una sorta di 'ground zero' italiana della pandemia.

''Il percorso parte da Codogno, prima città della zona rossa - spiega Alberto Prina, il direttore del festival - con una mostra nel Palazzo Comunale sulla diffusione del virus nel mondo, realizzata grazie a una call collettiva alla quale hanno risposto fotografi da 20-30 nazioni per un totale di oltre diecimila scatti''. Un posto particolare è riservato all'immagine della famiglia del paziente zero italiano che ha avuto un bambino subito dopo il periodo di lockdown. ''La foto è il simbolo della rinascita, della ripresa che noi vogliamo interpretare - dice Prina -. Il fatto che il Festival sia il primo evento del territorio che riparte è un segnale molto forte per dire: 'attraverso la fotografia possiamo ripartire tutti insieme'. La mostra è la visione di una pandemia globale che parte da una persona che ha la sfortuna di essere stato il primo e poi diventa un fatto planetario''.

La sede della Prefettura di Lodi, che nei giorni della grande emergenza ha coordinato tutte le operazioni nella zona rossa, ospiterà una mostra dedicata a Medici Senza Frontiere al loro intervento nell'ospedale della città. Nella struttura sanitaria la terza mostra descriverà l'attività della Croce Rossa della zona. Le tre rassegne - dicono i promotori - sono, dunque, il racconto di una storia locale ''che riguarda tutti e che tutto il mondo sta ancora vivendo, una piccola città di provincia che diventata simbolo globale della pandemia''.

Il resto del Festival - al quale partecipano 80 fotografi internazionali - si concentra su altri grandi temi, ''Madre Terra'', concorso internazionale sui problemi del pianeta, e ''Uno Sguardo sul nuovo mondo'', più lavori sui fenomeni sociali del planetari (Hong Kong, incendi in Australia, Brexit). Per cinque settimane le mostre complessivamente saranno 22 - il 30 per cento delle quali gratuite, tra cui quelle sulla pandemia - in dieci luoghi pubblici all'aperto tra giardini, parchi, chiostri e cortili. Spazio sarà dedicato ai fotografi premiati per il World Report, agli argomenti ambientali, alle minoranze etniche, agli animali. Un capitolo nuovo è 'Storie di Coraggio', ad ingresso libero presso l'ex Chiesa dell'Angelo, che ospita una mostra di grande impatto emotivo: la fotografa americana Maggie Steber ha documentato il primo trapianto facciale negli Stati Uniti alla più giovane paziente della storia, Katie Stubblefield. 

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