Con Raffaello nei misteri di Villa Farnesina

Decorata per il banchiere Chigi, riapre le porte dal 3 giugno

Silvia Lambertucci ROMA

 Le storie di Amore e Psiche tra i festoni di fiori e di frutta. Zucche e melanzane in un tripudio di verde, melograni succosi tra bianche rose carnose, una flora e anche una fauna che agli ospiti di allora, la buona società amica del banchiere proprietario di casa, dovevano evocare la meraviglia e lo stupore di un mondo arricchito da continue scoperte. Finito il lockdown, Roma ritrova i suoi musei e riparte da Raffaello, di cui il 2020 doveva essere il grande anno. Con la mostra delle Scuderie, che riapre il 2 giugno, ma anche con la splendida Villa Farnesina, oggi di proprietà dell'Accademia dei Lincei, che fu in parte affrescata dal genio urbinate per l'amico Agostino Chigi, il banchiere dei papi, uomo ricchissimo e potente, capace di dominare la scena e i salotti di quegli anni.
    Amico e mecenate di tanti artisti, collezionista dotato di occhio e di intuito tanto da mettere insieme una stupefacente collezione di antichità greco-romane, il senese Chigi è stato insieme ai due papi Giulio II e Innocenzo X, un committente importante di Raffaello. E pure un amico, tanto che il giovane pittore marchigiano frequentava la sua casa abitualmente, già prima di essere chiamato ad affrescarla e a progettarne le scuderie (un edificio che non c'è più, abbattuto nel 1808 dopo decenni di abbandono) e per questo ne conosceva palmo palmo le ricchezze artistiche che pure furono per lui una fonte di ispirazione. Il destino poi chiuse il cerchio facendo morire i due amici a cinque giorni di distanza l'uno dall'altro, il 6 aprile del 1520 il pittore, l'11 aprile il banchiere.
    Quando venne sorpreso dalla morte, Agostino Chigi aveva 54 anni ed era all'apice della sua potenza. Solo qualche mese prima, nell'agosto del 1519, aveva sposato Francesca Ordeaschi, un matrimonio spudorato e rivoluzionario per l'epoca, perché la bellissima sposa era una prostituta che aveva conosciuto a Venezia nel 1511 e che si era portato a Roma facendone la madre dei suoi figli. Per festeggiare le nozze, le sale della residenza, che già era stata progettata come una "villa di delizie" con grandi giardini e una loggia affacciata sulle acque del Tevere, vennero ulteriormente affrescate.
    A Baldassarre Peruzzi, che ne era stato l'architetto ma si stava occupando anche delle decorazioni pittoriche, Chigi affiancò Raffaello, chiedendogli di decorare la Loggia con la storia a suo modo ammiccante del matrimonio tra Amore e Psiche. Mentre Giovanni Antonio Bazzi, detto il Sodoma, si occupava della stanza nuziale al primo piano. E un altro grandissimo talento, il veneziano Sebastiano dal Piombo allievo di Giorgione, lavorava accanto a Raffaello nella sala resa celebre dal Trionfo di Galatea.
    Un insieme di meraviglie voluto per sottolineare la carriera fulminante del padrone di casa, così vicino in potenza anche ai papi ai quali prestava il denaro. Una magnificenza che le cronache dell'epoca ricordano, citando un banchetto per il battesimo di uno dei figli al termine del quale l'istrionesco padrone di casa avrebbe esortato gli ospiti a gettare nel fiume stoviglie e suppellettili d'oro e d'argento (salvo poi recuperare tutto al mattino dopo grazie ad ingegnoso sistema di reti). Ma anche una fortuna che né Agostino, né la sua bella sposa riuscirono a godersi davvero: forse avvelenata, Francesca Ordeaschi Chigi morì sette mesi dopo il marito, lasciando orfani i figli ancora bambini, l'ultimo nato addirittura dopo la morte del padre. E nel giro di pochi anni, era il 1579, quella villa così speciale passò ai Farnese dai quali prese il nome con la quale la conosciamo oggi.
    Dopo i restauri che in anni recentissimi hanno riportato all'antico splendore la loggia raffaellesca ma anche la deliziosa camera nuziale con il matrimonio di Alessandro Magno e Rossane, una mostra che aprirà il prossimo 6 ottobre (fino al 6 gennaio 2021) consentirà per la prima volta al grande pubblico di apprezzare i disegni sull'intonaco scoperti negli anni '70 sotto al Polifemo di Sebastiano del Piombo e al Trionfo di Galatea di Raffaello. Ma intanto già dal 3 giugno la villa riapre i battenti. Pochi visitatori alla volta (non più di cinque alla volta in ogni sala) tutti a distanza e con le mascherine, niente guide, niente assembramenti, sospese anche le audioguide, al posto delle quali però si potrà scaricare una app. Ad aiutare la visita ci sarà comunque un sistema interattivo, recentemente messo a punto, che permette di godere da vicino tutti i dettagli delle pitture sulla loggia (a occhio nudo sono distanti otto metri) e anche di distinguere fiori e frutti degli opulenti festoni che la incorniciano. L'anno prossimo poi, dal 25 marzo, si aprirà la seconda mostra che era stata pensata per il cinquecentenario di Raffaello, con la ricostruzione- resa possibile da importanti prestiti internazionali - della stupefacente collezione di antichità messa insieme da Agostino Chigi. Una messe di statue, sarcofagi, cammei che per qualche mese torneranno proprio lì dove il banchiere li aveva voluti.
    (ANSA).
   

 RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA
Modifica consenso Cookie