Marco, dopo il tumore al testicolo uno sguardo al futuro con i miei tre gemelli

Combattere. Questa è la cosa che prima di tutte associo al tumore e che oggi faccio per i miei figli

Redazione ANSA

Combattere. Questa è la cosa che prima di tutte associo al tumore e che oggi continuo a fare per i miei figli, tre splendidi gemelli di due anni, un maschietto e due femminucce. Sono loro, insieme a mia moglie, che mi danno la forza di guardare al futuro con positività.

Quando tutto è iniziato, nel 2010, ero un ragazzo giovane, di 27 anni, pensavo alle cose un po' più futili, ora posso dire che la malattia mi ha aiutato a crescere e maturare. Sono più riflessivo e mi focalizzo su ciò che davvero è importante. Ricordo ancora come tutto e' iniziato. Non si sono manifestati sintomi particolari, avevo rapporti regolari con le donne, fino a che un testicolo non ha iniziato a gonfiarsi. Era maggio-giugno 2010, sono andato subito dal medico di base che mi ha detto che poteva essere il varicocele. Mi ha dato degli antibiotici, il testicolo si è lievemente sgonfiato, ma dopo 15 giorni il problema si è riproposto e allora il consiglio è stato quello di fare un'ecografia. Ero da solo e il medico mi ha detto: 'C'è qualcuno con te? Hai urgente bisogno di un urologo,qualcosa non va". Devo dire che ho avuto un po' paura, qualche giorno dopo ho fatto una visita in Urologia all'ospedale Cardarelli di Napoli. C'era il primario a visitarmi, con l'equipe e ricordo che mi ha detto: "Hai un tumore del testicolo. Ce l'hai da due anni ed è molto grande . Se è localizzato hai il 99% di possibilità di vivere, se non lo è devi combattere". Tumore al testicolo.

Questa diagnosi mi ha provocato un enorme caos in testa, anche perché non avevo avuto sintomi. Ho fatto anche una tac, che ha evidenziato che c'era una massa tumorale di sei centimetri anche all'addome. Poi, il 4 agosto 2010, un'operazione al testicolo di 30 minuti. Mi hanno detto che avrei potuto andare a casa, e poi a settembre avrei dovuto iniziare la chemio per la massa nell'addome. I primi di settembre sono arrivato in Oncologia al Cardarelli, dove al responsabile del reparto, il professor Giacomo Cartenì, che avevo appena conosciuto, ho detto subito: "Io nel 2011 mi devo sposare". Lo avevo promesso alla mia ragazza, avevo già preso accordi con il fotografo, il ristorante e volevo mantenere l'impegno. Lui mi ha risposto :"Vediamo Marco. Non preoccuparti, cercheremo di farcela". Mi ha consigliato la conservazione del seme, che ho fatto ad Avellino. Otto- nove provette, per fortuna tutte buone. Il 27 settembre ho iniziato la chemio, ho fatto in totale quattro cicli. I primi due sono andati relativamente bene, anche se ero una persona diversa, mi vedevo stanco, debole e mentalmente cambiato, ho avuto bisogno del supporto di uno psicologo. Poi ho dovuto fare uno stop di 20 giorni, ma nel frattempo a darmi la forza e' arrivato un buon risultato: la massa all'addome si era ridotta a tre centimetri. Il 17 dicembre ho finito la chemio, mi sentivo un morto che camminava, da 89 chili ero arrivato a pesarne 54, ho fatto Natale a casa e poi dal 26-27 dicembre ho iniziato a stare male nuovamente, svenivo di continuo, ogni mezz'ora-tre quarti d'ora. Così ho dovuto nuovamente ricoverarmi e ricordo ancora il Capodanno passato in ospedale con i miei e la mia fidanzata. Il primo gennaio ho fatto una trasfusione di sangue, una sacca da 500 ml. Dalla sera ho iniziato a riprendermi, mi sentivo un leone. Il 13 gennaio ho rifatto la Tac, la massa tumorale era scomparsa, era rimasto solo grasso accumulato. Mi sentivo sempre meglio ma il professore mi ha detto: "Fammi un regalo. Non sposarti nel 2011 ma nel 2012. Ti sentirai più in forze e forse potrai avere anche un bambino naturalmente". 

Il 5 maggio 2012 mi sono sposato, già nei mesi precedenti avevo fatto lo spermiogramma ma il risultato era sempre zero. Dopo alcuni mesi abbiamo iniziato le pratiche per la fecondazione assistita. Il tentativo è riuscito al primo colpo e i gemelli sono nati il 1 maggio 2014. Sono loro la mia ragione di vita, insieme a mia moglie che durante la malattia mi è stata molto accanto.

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