Carceri: ex boss Rega vincitore premio della critica Anct

"E' la realizzazione di un sogno"

Redazione ANSA ROMA

(ANSA) - ROMA, 17 DIC - "Ringrazio di cuore per questo premio, perché è la realizzazione di un sogno. Lo voglio dedicare a tutti i detenuti d'Italia. Non sfuggo dagli errori che ho fatto. E non mi giustifico assolutamente, ho sempre sostenuto che i processi finiscono nelle aule dei tribunali, è lì che rimane il fascicolo. Poi nelle carceri ci va l'uomo con le sue fragilità, debolezze, e inquietudini. Su quest'uomo ci si può lavorare e può essere proprio un arricchimento per la società". Sono le parole di Cosimo Rega in occasione dell'assegnazione del premio della critica Anct (L'Associazione Nazionale Critici di Teatro) avvenuta nel novembre scorso al teatro Palladium di Roma all'interno del Festival di teatro in carcere "Destini Incrociati", rassegna nazionale di teatro in carcere, realizzata dal Coordinamento nazionale teatro in carcere, in collaborazione con il Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo dell' Università degli Studi Roma Tre, con il Ministero della Giustizia, Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria e per la Giustizia Minorile e di Comunità.
    Ex boss della camorra, Cosimo Rega ha sessantanove anni, di cui circa 43 trascorsi nelle carceri italiane. Condannato all'ergastolo, proprio durane la detenzione conosce il teatro e il cinema: dal 2002 attore della compagnia teatrale del carcere di Rebibbia, è stato uno dei protagonisti del film "Cesare deve morire", dei fratelli Taviani, Orso d'Oro a Berlino. Il suo è un esempio di reinserimento sociale attraverso l'arte e la cultura.
    Rega oggi è in libertà vigilata, all'esito di concessione di liberazione condizionale, e lavora all'Università Roma Tre.
    Proprio la sua attività teatrale è stata considerata dal Tribunale di sorveglianza elemento significativo di un positivo percorso rieducativo ai fini del riconoscimento della libertà condizionale.
    "Questo è il mio regno" scritto insieme alla professoressa Valentina Venturini, docente di Storia del teatro all'Università Roma Tre, è la storia della sua vita riacciuffata attraverso il teatro, il "suo regno", appunto popolato dai personaggi e dalle parole di Shakespeare, Dostoevskij, Dante che, nel corso del suo apprendistato teatrale in carcere, hanno scavato e intaccato la sua scorza di detenuto. Re Claudio, Prospero, Paolo e Francesca: personaggi che sono inciampati nell'errore e che si scontrano con la speranza del riscatto "Il carcere può anche essere un approdo. - recita sul palco Rega - Un tempo di riflessione. Di ricostruzione. E non solo per me, ma anche per i tanti compagni di sventura, i tanti che ho incontrato in decenni di vita vissuta là dentro, nel reparto di Alta Sicurezza di Rebibbia: tanti hanno resistito, si sono ricostruiti. Come abbiamo fatto a salvarci dal destino di diventare mummie? Ho una sola risposta. Una sola parola: 'O tiatro" (Il testo dello spettacolo alterna l'italiano al dialetto campano).
    Nella parte finale di "Questo è il mio regno", Rega propone una lettura personale de La Tempesta di Shakespeare. Si sofferma sul percorso che permette a Prospero di passare dall'idea della vendetta a quella del perdono e spiega perché la messa in scena all'interno di un carcere insieme ad altri detenuti all'inizio sembrava un'impresa impossibile.
    "Pentitevi!, ordina Prospero ai suoi prigionieri. - racconta Rega dalle tavole del palcoscenico - Pensate come poteva risuonare quella parola: pentimento, nel reparto di Alta Sicurezza di un carcere! Io, Cosimo, ergastolano, dovevo dire ai personaggi, cioè agli attori della commedia, ai miei compagni attori carcerati: "Pentitevi!". Ma tutti noi eravamo rinchiusi lì dentro per colpa di qualche pentito! Di qualche infame! Ed eravamo rinchiusi lì dentro perché nessuno di noi poteva o voleva fare il "pentito"… Eppure non c'era un'altra parola che io potessi dire, perché Shakespeare usa proprio quella parola.
    Allora ho dovuto riflettere, tutti abbiamo dovuto riflettere: cosa è il pentimento? Cosa è il perdono? Sono parole della Legge, del Diritto, della Magistratura? Oppure sono parole, prima di tutto, dell'anima? Perché se erano parole dei Tribunali non potevamo dirle. Ma se sono parole umane, allora possiamo dirle. E le abbiamo dette. Incredulo io stesso, ho detto: pentitevi". (ANSA).
   

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